Mi sono trovato a guardare la serie “The Pitt” (HBO Max, su SKY in Italia), con la speranza che non finesse mai. Parliamo di una serie “medical drama” che non ha nulla a che vedere con tutte le altre che hanno creato la storia del genere, ma che non hanno mai raggiunto la veridicità di questa produzione.
In realtà nasce da una costola della vecchia e storica serie E.R. (Emergency Room), famosa per il lancio di un giovane George Clooney verso il successo planetario. Tra I protagonisti di questa vecchia e bella serie, c’era il giovane attore Noah Wyle (Dr. Carter). La serie, ispirata dallo scrittore Michael Crichton, ebbe tra I vari sceneggiatori il giovane Scott Gemmill. Finita l’avventura di E.R., e in particolare dopo il Covid, Wyle e Gemmill,ormai diventati amici, decisero che qualcosa dovesse essere fatto per onorare e ricordare I tanti medici in prima linea durante l’epidemia.
Nacque così, “The Pitt”, serie che si svolge in un reparto di pronto soccorso del Pittsburgh Trauma Medical Center, soprannominato appunto The Pitt (il pozzo). Capo e responsabile di questo reparto è il Dottor Michael “Robby” Robinavitch, appunto Noah Wyle.
Si trovano anche qui tutte le figure iconiche dei medical series: la caposala esperta e bonariamente burbera, I giovani specializzandi, I medici più esperti e anche più stressati, le infermiere capaci ed esperte. Ma c’è un grosso “MA”.
La prima stagione ha 15 puntate, ogni puntata è un ora della giornata di lavoro nel “The Pitt”. S’inizia con la prima ora, 07:00-08:00 fino alla quindicesima che è 21:00-22:00.
La camera che riprende segue da vicini I protagonisti, come se fosse un piano sequenza unico. Quello che vediamo e che sentiamo viene dal fatto che noi stiamo lì, insieme ai dottori e agli infermieri. Camminiamo vicino a loro, prendiamo anche noi I guanti di lattice, e ci puliamo le mani dopo averli usati. Ogni paziente è una storia, come la vita, e ogni storia sfiora le vite degli operanti. Si ride e si piange, proprio come nella vita, e ci si ferma a volte chiedendosi il perchè di tutto questo.
Al contrario di altre serie TV dove I dottori hanno persino il tempo di innamorarsi e scopare nella stanze vicino ai pazienti che muoiono, qui non c’è il tempo neanche di mangiare.
Si delineano naturalmente I personaggi, I caratteri, ma soprattutto si vivono insieme a loro le paure e le angosce che questo lavoro inevitabilmente produce.
“The Pitt” è realtà, e se la realtà non la sopportate, non la guardate. C’è sangue si, ma non c’è splatter gratuito. La felicità nel salvare un paziente diventa anche la nostra, ma poi ci spostiamo con loro in un altra sala mentre tentano di far vivere qualcun’altro.
E poi ci sono le perdite. Le morti. Ce ne sono almeno tre in questa stagione che sono dilanianti, che ti fanno piangere anche se sei fatto di pietra, e che ti fanno pensare a quanto siamo fortunati a svegliarci la mattina con il cuore che batte ancora.
Come vi ho detto, “The Pitt” è un frullatore di emozioni, dove però I creatori non hanno dimenticato le sfumature che vivono nei piccoli momenti della giornata.
Penso di poter dire che le emozioni che mi ha prodotto questa serie probabilmente non le ho mai vissute guardandone un’altra, e spero che anche voi abbiate la voglia di intraprendere questo cammino.
Inutile dirvi che il cast è superlativo. Oltre a Wyle, e alla bravissima caposala Dana (l’attrice Katherine LaNasa), ogni altra attrice e attore ci regalano emozioni, risate, e lacrime.
Una delle serie più belle prodotte, qualcosa di atipico come produzione ma che merita totalmente di essere vissuto.
In una delle storie, c’è un vecchio padre che arriva in ospedale con una forte insufficienza respiratoria. Ci sono il figlio e la figlia ad accudirlo. Come accade a tutti noi, I due hanno visioni completamente diverse sul da farsi. Davanti alla morte escono le nostre paure, e I nostri rimpianti. Non sanno cosa fare, smarriti dalla vita.
Il Dottor Rob, entrando dolcemente nella stanza, dice loro che una volta sentì un rituale funebre Hawaiano chiamato Ho’oponopono. Era un messaggio in quattro parti che si diceva alla persona che stava morendo:
“I love you, thank you, please forgive me, I forgive you”
“Ti amo, grazie, perdonami, io perdono te”
Non credo ci sia altro da dire