“Chi sono io?” Se lo ripete tante volte Rango, un piccolo camaleonte dalla faccia buffa. E noi? quante volte ci siamo chiesti la stessa cosa?
Quante volte ci siamo inventati mondi nostri, con amici colorati, solo per avere il controllo del nostro spazio e toccare pareti di vetro che ci proteggevano?
Ma a volte le pareti si frantumano e vecchi saggi, in questo caso un vecchio armadillo, ci dice che “bisogna andare dall’altra parte per avere le risposte”, ma che ci dice anche che questa frase appunto è una metafora.
Rango è probabilmente il primo film d’animazione con picchi di misticismo ed introspezione. La dicotomia tra ciò che siamo e quello che pensiamo di essere permane in tutta questa storia buffa e divertente. Strano poi che a farsi queste domande sia un camaleonte, animale dagli occhi indipendenti che dovrebbe, dico dovrebbe, avere la capacità di capire l’ambiente in cui si trova e cambiare colore di consequenza.
Il film è dedicato ai classici western di Sergio Leone, dove ci sono un sacco di brutti ceffi, cattivi, opportunisti, spietati, ma dove c’é sempre abbastanza speranza che le cose cambino. Rango è costretto suo malgrado ad usare l’esperienza che gli capita per capire non solamente se stesso, e dunque essere una specie di Woody Allen ante litteram, ma cercare di vedere quello che c’è oltre di noi, quello che guida il nostro respiro e che ci fa battere il cuore.
Naturalmente la maggior parte dei bambini presenti non ha proprio amato questo film. Quasi tutti hanno detto “non mi è piaciuto”. Un paio si sono addormentati. Ma ho visto un sacco di genitori che uscivano con uno strano ghigno, quasi a dire “beh…a volte servono anche a noi I film d’animazione”.