Morte

Eccomi qui. Dopo un lutto, dopo un’operazione, eccomi a parlare di morte. Ne parlo raccontandovi di due film che ce lo mostrano, ognuno in modo diverso, con due punti di vista, con due logiche, con due considerazioni.

Parlo subito di “ Hereafter”  del vecchio leone Clint Eastwood. Dico subito che non è uno dei suo migliori film, ne ha fatti di più belli e coinvolgenti (uno su tutti “ Gran Torino” ) ma non possiamo non considerare quello che vediamo dal significato che ci vuole dare.

Il vecchio Clint ha 80 anni, e sta facendo i suoi compiti a casa. Ho letto da qualche parte che qualcuno ha detto “ Clint Eastwood ha fatto questo film per analizzare quella cosa fastidiosa che prima o poi dovrà vivere, cioè la morte” . L’ impressione in effetti è questa. Negli ultimi anni, visto che ha il dono dell’ arte, si è cimentato in film che ha usato per cercare risposte e farci anche riflettere sulle cose della vita. L’Eutanasia (million dollar baby), l’eroismo (I due film su Iwo Jima), il rapporto con il passato (Mystic River e Gli Spietati), in pratica lui si è messo seduto davanti a noi, vecchio e cinico, e bevendosi una birra ha iniziato a parlare facendoci vedere la sua profondità. E noi, come dovremmo fare davanti ad un vecchio pieno di saggezza, ci siamo aperti ed abbiamo visto, chiesto, ed ascoltato.

Anthony Soprano ad un certo punto nella serie televisiva “The Sopranos”, parla con uno dei suoi scagnozzi della morte. Dice che la morte è “spegnere l’interruttore, buio, niente, silenzio, nero”. Lui non lo sa, nemmeno noi, e nemmeno Clint. Hereafter è un film di ricerca dove il regista mette insieme tre persone totalmente estranee tra di loro e li fa annodare casualmente (ma diceva un mio amico che “nulla è a caso”) davanti alla morte.

C’è una giornalista francese (la bravissima e bellissima Cecile De France) che si trova nel bel mezzo di uno Tsnuami. Scena bella, forte, perfetta, che ci fa “ sentire”  quello che quella povera gente ha vissuto . Vale tutto il film. Poi ci sono due gemelli identici che già vivono una vita di merda, e che casualmente incontreranno, uno di loro, la morte. A legare questi fili fragili c’è Matt Damon, un uomo normale che non può vivere normalmente in quanto ha un potere. Lui ti prende le mani, e vede. Vede i defunti e parla con loro. Una cosetta da niente. Ci sono le tante teorie su quello che succede, appunto, after. Il tubo pieno di luce, persone che ti amano che vengono a prenderti, la sensazione di sospensione in un mare di dolore, il dolore infinito. Clint ce li fa vedere come se fossero presentazioni e tesi dopo aver ricercato la verità, lui che sa perfettamente che la verità la sapremo solo dopo che ce ne andremo. Il problema in realtà è ora. È Matt Damon che mangia solo in cucina, di notte, nutrendosi della sua vera solitudine. È uno dei gemelli che parla con suo fratello morto, anche se non ha il suo corpo davanti. È la giornalista francese che davanti al mondo si perde nei suoi pensieri e nei suoi ricordi. Siamo noi, noi che non ne parliamo e non ci pensiamo se non davanti ad un letto d’ospedale, o un incidente stradale, o le lacrime di una persona che amiamo. Eccoci qui a cambiare strada, a girare la testa, a non pensarci perchè sembra che la morte non faccia parte di questo che noi stiamo vivendo, cioè la vita. Grazie Clint per averci dato questa opportunità di parlarne, e di aver finito il film con un bacio sognato e una speranza di toccare la morte e non morirne.

Altro film, totalmente diverso ma molto affascinante, è “ Departures” (okuribito) del regista Yojiro Takita, vincitore dell’oscar come miglior film straniero nel 2009. Nokanshi è l’arte di preparare i defunti per il loro funerale. Amo il popolo Giapponese, li amo perchè fanno diventare tutto un arte. Bere il the, vestirsi con un kimono, e prepare un defunto. Il protagonista, Daigo Kobayashi (Mashahiro Motoki), perde il lavoro come violoncellista e inizia a cercare qualcos’altro. Legge sul giornale che una ditta cerca persone che aiutano nella “ assistenza a coloro che partono per dei viaggi” . Pensando di andare a fare un colloquio per un’ agenzia di viaggio, il buon Daigo si trova in un’ agenzia di pompe funebri davanti al titolare, tale Yamazaki, che lo porta con lui a prepare le persone defunte per il loro ultimo viaggio. L’ assurdità della situazione e la paura del tipo di lavoro, cozzano con il reale valore dell’atto in sè, dello Nokanshi. Daigo apre la sua mente e cerca di capire e vedere, e capisce che nonostante tutto, quel lavoro è appunto un arte. In occidente, i defunti vengono vestiti e preparati. Vengono truccati e lavati, e poi esposti. Nel Nokanshi invece, ed è qui la grandezza di questo popolo, il defunto viene preparato davanti ai suoi cari.

Con movimenti armoniosi pieni di grazia, d’ amore e di rispetto, il “ preparatore”  si occupa del corpo. Lo lava delicatamente, lo veste senza mai lasciare una parte del suo corpo nudo alla vista, e poi invita i familiari a pulire il suo viso della stanchezza della vita dando loro un panno imbevuto. Un gesto bellissimo che generalmente riappacifica la sofferenza con l’amore. Il film merita la visione, soprattutto perchè l’ argomento è trattato con ironia, rispetto e dignità. Colpisce che generalmente le famiglie accolgono i Nokanashi con aggressività e rabbia, e finiscono invece a ringraziarli per la loro arte e per il rispetto che hanno dimostrato ai loro cari. I corpi poi, puliti e truccati, vengono sdraiati e massaggiati e preparati appunto per l’ ultimo viaggio, per la loro cremazione, in un ambiente pieno di dolore ma d’amore.

Strano come le nostre culture sono diverse, come da noi il corpo viene messo in una sala al freddo, per essere visitato e rispettato, ma rimane qualcosa di distaccato e separato da noi. Forse questa ci da l’illusione e la forza di poter accettare che quell’involucro era qualcosa che ora non è più. Potremmo mai accettare noi di lavare via la stanchezza dal viso dei nostri cari e massaggiare via il dolore dal loro corpo prendendo questo come gesto di speranza? Io voglio credere di si.

 

 

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